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VI PIACE LA SCHWEBEBAHN ?

Si chiama SCHWEBEBAHN e si trova a WUPPERTAL, cittadina tedesca dove sono andata il mese scorso.

La schwebebahn è un’originale ferrovia-funivia sospesa che accompagna quotidianamente in varie zone della città moltissime persone. Costruita agli inizi del secolo scorso è lunga circa 14 km e, come potete vedere dalle fotografie, passa sopra il fiume e le strade.

Da ‘turista per caso’ l’ho utilizzata volentieri e devo dire che è divertente guardare dall’alto la caotica vita cittadina.

L’ente di promozione turistica della città organizza attraverso ad essa anche ‘ viaggi nel tempo’: colazione (o pranzo, non ricordo bene) in ‘vagoni’ inizio secolo  con comparse in costume…non l’ho provato, ma chissà potrebbe essere una cosa divertente da fare la prossima volta (sperando naturalmente di non essere coinvolta in uno dei suoi incidenti!)!

  

 

Alessandra

Dopo alcuni anni sono tornata a DUSSELDORF. Un ritorno piacevole visto che considero questa città lungo il RENO un luogo molto bello dove natura, passato, presente e futuro si fondono con armonia.

Stavo camminando nella zona del porto quando nel nuovo complesso architettonico realizzato in questi anni ho incontrato gli edifici del famoso architetto FRANK GEHRY. La poetica delle sue architetture mi ha lascia  un po’ perplessa, ma devo ammettere che l’impatto con esse è sempre sorprendente.

 

  

  

 

Come potete vedere dalle immagini  che ho scattato (e da quelle che potete trovare in questo interessante sito) gli edifici da lui ideati, realizzati nel 1999, sono tre; tre palazzi ’vestiti’ con materiali diversi, ma legati tra loro da un’anima scultorea e organica.

Le architetture di Gehry si stanno diffondendo in tutto il mondo e sono sempre facilmente riconducibili a lui. Hanno un’impronta inconfondibile che ‘marchia’ con personalità i luoghi dove vanno ad ‘abitare’.

Lascio agli esperti di architettura le eventuali critiche positive o negative sulle opere architettoniche che crea questo architetto, ma se qualcuno ha voglia di darmi un suo parere sarò felice di ‘ascoltare’.

Vi lascio con ulteriori immagini della città, augurandovi, se non l’avete già fatto di poterla visitare.

      

 

 

 

 Alessandra

 

Ieri, anche se non ne avevo assolutamente voglia, mi sono messa a riordinare a casa dei miei genitori oggetti legati al mio passato. Mentre sceglievo cosa gettare e cosa invece conservare è comparsa, tra le scatole confusamente collocate sotto una tettoia all’aperto, lei, una dolcissima micina sconosciuta. Mi ha fatto compagnia per tutto il tempo che sono rimasta li; mi osservava curiosa o giocava con  qualsiasi cosa attirava la sua attenzione e quando mi avvicinavo per accarezzarla faceva le fusa. E’ stata un’ottima amica in un momento non particolarmente piacevole per me. Un’amica inaspettata ma proprio per questo ancora più apprezzata.

Sinceramente  ho sperato che non avesse ’padroni’ così avrei avuto la scusa giusta per portarmi a casa un’altra gatta, poi però mia madre mi ha detto che è dei loro vicini. Le ho dato allora un po’ di cibo, le ho fatto questa fotografia e terminato il mio ‘lavoretto’  l’ho riportata nella sua casa.

Non so come l’hanno chiamata e non so se riusciremo ancora a stare insieme, ma voglio ringraziarla per la dolcezza, la simpatia e per  avermi fatto tanta compagnia. Gli animali spesso sentono quando abbiamo bisogno di loro e  sanno essere degli ottimi amici. Non dimentichiamolo.

GRAZIE MICINA PER ESSERCI STATA, la poesia di Neruda la dedico a te e a tutti i gatti che  teneramente, discretamente e lealmente fanno compagnia agli esseri umani!

Alessandra

 

ODE AL GATTO di Pablo Neruda

 Gli animali furono
imperfetti, lunghi
di coda, plumbei
di testa.
Piano piano si misero
in ordine,
divennero paesaggio,
acquistarono nèi, grazia. volo.
Il gatto,
soltanto il gatto
apparve completo
e orgoglioso:
nacque completamente rifinito,
cammina solo e sa quello che vuole.

L’uomo vuol essere pesce e uccello,
il serpente vorrebbe avere le ali,
il cane è un leone spaesato,
l’ingegnere vuol essere poeta,
la mosca studia per rondine,
il poeta cerca di imitare la mosca,
ma il gatto
vuole essere solo gatto
ed ogni gatto è gatto
dai baffi alla coda,
dal fiuto al topo vivo,
dalla notte fino ai suoi occhi d’oro.

Non c’è unità
come la sua,
non hanno
la luna o il fiore
una tale coesione:
è una sola cosa
come il sole o il topazio,
e l’elastica linea del suo corpo,
salda e sottile, è come
la linea della prua di una nave.
I suoi occhi gialli
hanno lasciato una sola
fessura
per gettarvi le monete della notte.

Oh piccolo
imperatore senz’orbe,
conquistatore senza patria,
minima tigre da salotto, nuziale
sultano del cielo
delle tegole erotiche,
il vento dell’amore
all’aria aperta
reclami
quando passi
e posi
quattro piedi delicati
sul suolo,
fiutando,
diffidando
di ogni cosa terrestre,
perché tutto
è immondo
per l’immacolato piede del gatto.

Oh fiera indipendente
della casa, arrogante
vestigio della notte,
neghittoso, ginnastico
ed estraneo,
profondissimo gatto,
poliziotto segreto
delle stanze,
insegna
di un
irreperibile velluto,
probabilmente non c’è
enigma
nel tuo contegno,
forse sei mistero,
tutti sanno di te ed appartieni
all’abitante meno misterioso,
forse tutti si credono
padroni,
proprietari, parenti
di gatti, compagni,
colleghi,
discepoli o amici
del proprio gatto.

Io no.
Io non sono d’accordo.
Io non conosco il gatto.
So tutto, la vita e il suo arcipelago,
il mare e la città incalcolabile,
la botanica,
il gineceo coi suoi peccati,
il per e il meno della matematica,
gl’imbuti vulcanici del mondo,
il guscio irreale del coccodrillo,
la bontà ignorata del pompiere,
l’atavismo azzurro del sacerdote,
ma non riesco a decifrare il gatto.
Sul suo distacco la ragione slitta,
numeri d’oro stanno nei suoi occhi.

 

“Dai entiamo!” . Ha esclamato Elena.

Era già la seconda volta che ci soffermavamo incuriosite davanti a questo originale negozio/laboratorio nei pressi del Porto Antico di Genova.

Siamo entrate ed è iniziata una breve, ma piacevole “avventura”.

La signora Clara Mambelli, proprietaria del negozio e creatrice di tutte le opere esposte, ci ha accolte con entusiasmo e ci ha narrato brevemente la sua storia mentre noi  guardavamo intorno gli oggetti esposti con una casualità affascinante.

 “Ho iniziato per caso, perchè mio marito mi aveva portata a vivere in campagna. Poi la mia fantasia non si è più fermata ed è nato questo luogo”, ci ha appunto raccontato Clara, e nei piccoli spazi del negozio la sua fantasia si scopre ovunque. E’ la cartapesta prodotta da lei il materiale “principe” dei suoi lavori che naturalmente sono tutti pezzi unici: riproduzioni di vicoli genovesi con le sue botteghe (realizzati anche su commissione per chi vuole ricordare o far ricordare luoghi cari), palazzi in stile romanico-gotico rifiniti con foglia d’oro, decorazioni per specchi, ma anche lampade realizzate con stampi per dolci e manichini rivestiti con la tecnica del découpage.

   

    

Clara ci ha raccontato il suo mondo creativo e il suo amore per Genova con grande etusiasmo e con un’energia all’altezza del suo talento, un talento che forse meriterebbe più spazio sotto tutti i punti di vista dal momento che il negozio non è molto grande e a causa della sua posizione non particolarmente favorevole l’artista non riesce a mettersi veramente in evidenza.

 

Sopra: Clara all’interno del suo negozio.

Magico il disordinato laboratorio-negozio, magica lei che ti accoglie in un’atmosfera quasi surreale.   Un’”avventura” umana e artistica che consiglio a tutti quelli che capitano da quelle parti.

Ecco l’indirizzo della “bottega” di Clara:

Laboratorio d’Arte Povera -Il Naif di Clara Mambelli

Piazza Cavour 49R

16128 GENOVA

 Un caro saluto.

Alessandra

A volte sono gli incontri inaspettati i più coinvolgenti.

 

Durante questo mio periodo di vacanza stavo camminando con delle amiche (Elena e Sabrina) sul lungo mare Anita Garibaldi di Nervi e per caso mi sono ritrovata in una piccola stanza di un edificio che si affaccia sul mare ad osservare le opere di un giovane pittore: Francesco Tromba.

Francesco, che ci ha parlato del suo lavoro in modo estremamente umile, ma sentito, è solo all’inizio del suo percorso artistico, ma le sue opere mi hanno attratta ed emozionata subito.

Ripresi da fotografie scattate dallo stesso Francesco i dipinti rappresentano frammenti di realtà, momenti di semplice quotidianità catturati furtivamente e trasformati in immagini indipendenti e comunicative. I tagli dell’immagine, la capacità delle persone ritratte di trasmettere la propria identità psicologica, anche quando sono ripresi da dietro, e le buone capacità tecniche  rendono queste opere veramente interessanti.

Forse il paragone può sembrare azzardato, ma questi quadri mi hanno riportata subito alle opere “realiste” e silenziose di uno dei pittori che amo di più: EDWARD HOPPER (e in parte anche a quelle di Gustave Caillebotte). I personaggi che ritrae Francesco sono spesso solitari come quelli di Hopper e anch’esso sembra ricercare la psicologia dell’individuo immerso nel suo contesto ambientale e culturale.

Vi riporto alcune fotografie delle opere di Francesco che ho scattato il giorno dell’incontro sperando che possano piacere anche voi e che per Francesco sia un incoraggiamento a continuare e sviluppare il suo percorso verso la ricerca della bellezza e della verità attraverso la “cattura poetica” di immagini che ci circondano ogni giorno.

 

 

Sopra: opere di Francesco Tromba

 

A proposito del Lungomare Anita Garibaldi voglio consigliarvi, se vi troverete da quelle parti, di fare una passeggiata li durante il tramonto, noi l’abbiamo fatta e i colori della natura e del mare sono incantevoli verso sera (attenzione però a non intrattenervi troppo a giocare con gli scoiattoli nei vicini parchi di Nervi i cui cancelli vengono chiusi “a doppia mandata” senza nessun chiaro preavviso, si rischia di rimanerci dentro come è capitato a noi!!!). Da questo lungomare sugli scogli si po’ vedere anche il monte di Portofino e si può perdersi osservando l’orizzonte.

Ecco alcune immagini

   

 

 Nervi, Lungomare Anita Garibaldi (luglio 2008) 

       

Alessandra

Pazzia…

Sapete quando è morto Don Chisciotte? Quando è rinsavito!

Finché gli hanno permesso di vedere i suoi fantasmi e di combatterli, lui ha avuto uno scopo nella vita. Quando anche quelli sono scomparsi, non gli è rimasta altro che la solitudine…

Allora lasciatemi i miei fantasmi, la mia filosofia, le ore passate sui libri a studiare e cercare di decifrare quella frase di Kant che sembra proprio scritta da un ermetico (in realtà è solo che Kant scriveva come un asino bendato, ma che ci volete fare…genio e sregolatezza dicono!). Lasciatemi le mie lotte contro le ingiustizie, la mia speranza di un mondo perfetto. Lasciatemi la mia musica, le mie passeggiate per ossigenare il cervello, i miei fumetti e i miei cartoni animati, il mio bisogno ossessivo di stare vicino all’acqua, la mia necessità maniacale di cambiare tutto nella mia vita almeno due volte all’anno (tutto salvo le persone, quelle sono sacre e me le tengo strette fino all’ultimo dei nostri giorni).

Lasciatemi la mia pazzia e date il Prozac della vita quotidiana a vostra sorella in carriola.   Io sto bene così: circondata dai miei mostri…

Don Chisciotte e i suoi mostri

Don Quijote de la Mancha

Illustrazione di Gustave Dorè.

Un bacio

Vostra

Erika

Enrico VIII e le sue mogli

No, no, no, nooooo, no! Io non ci sto a farmi battere sul tempo da una soap-opera televisiva! Tanto per intenderci, I Tudors (sic), scandali a corte. Che non mi si venga a dire che l’idea non l’ho avuta prima io!

Pertanto, nell’ambito della nostra amatissima rubrica La storia in pillole, mi sono finalmente decisa a darmi una mossa e a terminare il post sul carissimo Enrico VIII Tudor.

Chi si fosse perso la prima puntata è caldamente pregato di cliccare qui e colmare le sue lacune prima di rovinarsi la sorpresa finale senza averci capito un H. Cavoli! Mica andrete subito a leggere la fine di un libro giallo senza sapere neanche di cosa parla, vero?

Dunque, avevamo lasciato il buon panzone  alle prese con la sua terza vedovanza. Che c’è, non mi credete quando vi dico che era un panzone? E invece è proprio così, per allora Enrico aveva messo su qualche chiletto e, se in televisione vedete quel pezzo di f..o dell’attore che interpreta il re, ciò non significa che Enrico fosse altrettanto bello. Guardate un po’ qua!

 Dalle stelle….           …alle stalle!

Nell’ultimo ritratto era solo il 1535, Enrico era sposato con Jane Seymour, e dovevano arrivarne ancora altre tre di mogli! Quando si dice il fascino dell’uomo di potere… e pensare che alcune delle sue donne lo “amavano” veramente. Già, perché Enrico non aveva solo mogli, aveva anche “amanti” e da alcune di loro aveva anche ottenuto la tanto sospirata discendenza maschile: vedi ad esempio Henry Fitzroy, figlio di Elizabeth Blount, nato quando Enrico era ancora sposato con Caterina d’Aragona, dichiarato probabile erede al trono in assenza di figli legittimi e purtroppo morto a 17 anni di tubercolosi.

 Ma torniamo alle mogli di Enrico:

Anna di Cleves

Anna era nata nel ducato di Cleves, al confine con i Paesi Bassi. Nel 1539 si ritrovò a partire per l’Inghilterra per sposare un uomo, il re, che non aveva mai visto, né conosciuto e che l’aveva scelta in base al ritratto che di lei aveva fatto Hans Holbein il giovane, pittore di corte Tudor. Fu scelta, per così dire, sul catalogo. Il fratello di Anna accettò la proposta di matrimonio che Oliver Cromwell fece a nome di Enrico senza chiedere il permesso alla sorella -alla faccia del femminismo!-.

Ma, si sa, le cose scelte dai cataloghi senza prima provare di persona  si rivelano poi una delusione e così fu per Enrico, il quale rimase estremamente deluso dalla vista di Anna la prima volta che la incontrò. Perché il buon vecchio Hans si era, come dire…, ”dimenticato”  di includere nel ritratto di Anna le cicatrici che le aveva lasciato il vaiolo, dipingendola invece con la pelle vellutata(probabilmente Hans seguì il suggerimento di Cromwell, che sapeva quanto il re fosse sensibile a certi aspetti ma voleva assolutamente quest’alleanza col ducato di Cleves). Inoltre, Anna era stata educata alla conoscenza del solo dialetto locale e non parlava francese, né inglese, oltre a non conoscere nulla di musica o canto, cose invece all’epoca ritenute il bagaglio minimo per ogni donna di corte che si rispettasse.

Nonostante tutto, il matrimonio si fece ma non venne mai consumato, pare infatti che  Enrico non riuscisse ad avere alcun rapporto sessuale con Anna. Nel frattempo il caro vecchio aveva già messo gli occhi sulla sua prossima vittima, una dama del seguito di Anna, e la povera regina, che sarà anche stata bruttina ma non era certo stupida e che di sicuro aveva udito le voci circa la fine che facevano le mogli che si erano messe fra Enrico e i suoi progetti, decise di concedergli l’annullamento del matrimonio. Ad Enrico comunque conveniva comportarsi bene con Anna, vista l’importanza strategica dell’alleanza col di lei fratello Guglielmo. Per questo motivo, Enrico concesse ad Anna il titolo di “sorella del re”. Ella visse fino alla fine dei suoi giorni nella sua casa a Chelsea recandosi occasionalmente a corte. Non si risposò più ma almeno conservò intatta la testa sulle spalle!

Catherine Howard

Anche il matrimonio con Catherine, come quello con Anna di Cleves, durò meno di un anno. Infatti, prima di poter festeggiare il primo anniversario di nozze, la testa di Catherine era già rotolata nel cesto, come quella di sua cugina Anna Bolena.

Catherine era di nobile lignaggio ma aveva fatto la fame tutta la vita, con un padre inetto e nullafacente che sapeva solo lamentarsi “del mondo crudele”. Questi morì poco dopo che Catherine fu entrata al servizio di Anna di Cleves e capitò quindi a corte, nel raggio d’azione di Enrico VIII. Enrico sposò Catherine dopo l’annullamento del matrimonio con Anna. Tuttavia, la nuova regina era in realtà segretamente innamorata di Thomas Culpeper, uomo di corte, cameriere personale e favorito del re. Pare infatti che Thomas fosse uomo estremamente attraente. Purtroppo per loro però, le storie che giravano a corte sulla vita amorosa di Catherine prima del matrimonio avevano attirato l’attenzione dell’arcivescovo di Canterbury (capo della Chiesa Anglicana), il quale cominciò ad indagare e, dopo una perquisizione negli alloggi del Culpeper, trovò una lettera a lui indirizzata da Catherine, nella quale ella dichiarava il suo amore. Ora, ciò irritò non poco il caro Enrico e poco importava se l’amore fra i due fedifraghi non era stato consumato, tanto bastava a far infuriare il re e a fargli meditare vendetta. Perciò Enrico decise di far defungere la quinta moglie esattamente come aveva fatto con la seconda (sarà stato un caso che le due fossero parenti?). Non si sa realmente quanto Culpeper contraccambiasse Catherine, né quanto maturo fosse l’amore di questa nei confronti del Culpeper, vista la sua giovane età. Tuttavia è ragionevole pensare che il caro Thomas fosse un gran dritto e avesse subodorato la puzza di cadavere provenire dal corpo malconcio del re e del suo unico e cagionevole figlio maschio Edoardo. Con Catherine sul trono e lui come suo preferito, la vita sarebbe sicuramente stata una pacchia. Peccato per Thomas che i piani non vanno mai come ci si aspetta!

Catherine Parr

L’ultima moglie del re fu anche l’unica che gli sopravvisse. Catherine Parr più che la moglie fu l’infermiera o meglio la badante del re. Enrico era ormai un uomo in abbondante sovrappeso, che aveva sempre abusato del consumo di carne rossa e soffriva, come molti all’epoca, di gotta oltre che di diabete. D’altro canto pare  che Catherine avesse una vera vocazione per la geriatria, visto che sposò Enrico dopo essere rimasta vedova (per la seconda volta) di un uomo di vent’anni più vecchio di lei.

Enrico e Catherine si sposarono nel 1543. Il merito che la storia le riconosce è quello di essere stata la fautrice della riconciliazione fra Enrico e le due figlie: Maria ed Elisabetta. Queste erano infatti state lasciate da parte dopo la nascita di Edoardo, figlio di Jane. Maria la sanguinaria ed Elisabetta la regina vergine: due donne straodinarie in modi diversi, ma questa è un’altra storia…

Poco dopo la morte di Enrico, Catherine riuscì finalmente a sposare l’uomo che amava veramente: Thomas Seymour, fratello di Jane e consigliere di Enrico. Solo che gli intrighi di corte non terminano mai, neanche per una regina in pensione. Infatti il caro Edward Seymour, cognato di Catherine, nonché Lord Protettore e reggente in vece di Edoardo, accusò Thomas di voler approfittare della piccola Elisabetta, che all’epoca viveva in casa sua e di Catherine. Per proteggere la reputazione di Elisabetta, Catherine fu costretta ad allontanarla, così il vecchio volpone Edward (che aveva probabilmente già intuito la futura grandezza della principessa) si assicurò che la cara Elisabetta non stesse troppo vicina alla corte. Edward per sicurezza fece arrestare il fratello. La povera Catherine, nel frattempo, dopo tre matrimoni infruttuosi, era rimasta incinta alla tenera età di trentacinque anni. Consideriamo che all’epoca era come se oggi partorisse mia nonna. Purtroppo infatti Catherine morì di complicazioni legate al parto.

Le donne di Enrico, fossero mogli o amanti, avevano tutte le loro caratteristiche particolari; nel bene o nel male nessuna di loro è passata inosservata. Perché ACCANTO ad ogni grande uomo, c’è sempre una grande donna (o, come in questo caso, sei).

Fonte: Antonia Fraser, Le sei mogli di Enrico VIII. Ed. Storia Mondadori, 2001.

Un buon weekend a tutti i miei cari alunni :-D

Smack

Erika

 

Start running!

Dunque, ieri sono stata sul blog di Serena e, come ogni volta che ci vado, ho imparato qualcosa di nuovo. Uno strumento davvero divertente e facile da usare questo Wordle.

Così mi sono cimentata nella rielaborazione del testo di Running up that hill dei Placebo (cover di una canzone di Kate Bush). Il risultato l’ho chiamato Start running -comincia a correre-. E qui sono stata spinta dalla mia Luna, con cui l’altra sera ho rivisto Così è la vita di Aldo, Giovanni e Giacomo. Nel film, infatti, Giovanni racconta l’aneddoto della gazzella e del leone:

Ogni mattina, in Africa, una gazzella si sveglia e sa che dovrà correre più veloce del leone per non farsi mangiare.

Ogni mattina, in Africa, un leone si sveglia e sa che dovrà correre più della gazzella se non vuole morire di fame.

Ogni mattina, in Africa, non importa che tu sia leone o gazzella, comincia a correre!

Perciò, Start running!

Baci

Erika

Di Silvano Agosti vi avevo già parlato un po’ di tempo fa quando ho scritto un breve articolo sul suo libro “IL BALLO DEGLI INVISIBILI”.

Periodicamente mi arriva via mail il suo “diario”, cioè pensieri  che lui scrive e regala a tutti coloro che si sono iscritti nel suo sito.

Oggi mi è arrivata questa mail  (diario del 17/6) e le sue riflessioni su come uno sport (in questo caso il calcio, visto che siamo in “clima europei”)  può farci sentire tutti uniti e simili mi piacciono particolarmente così, se vi va, vi consiglio di andarle a leggere.

Con l’occasione per segnalarvi anche un altro libro di questo regista-scrittore che mi è piaciuto, utopico forse, ma a mio avviso (anche se in giro ho letto critiche negative) pieno di spunti interessanti per immaginare una società migliore, più equilibrata e attenta alle esigenze dell’animo umano. Il libro si chiama LETTERE DALLA KIRGHISIA e se avete voglia di fare un viaggio veloce in un paese dove si lavora solo 3 ore al giorno (!!!)…leggetelo e poi magari fatemi sapere cosa ne pensate; sono curiosa d’avere qualche vostro parere.

Ciao!

Alessandra

Su invito di Serena , e per imitare Erika, oggi utilizzo questo blog per dire…

…per dire come mi sento….

Ecco, oggi mi sento così:

 ? ? ?

Lascio a voi ogni considerazione in merito, visto che è l’immagine che deve parlare (giusto?)…

Un bacio a tutti e… grazie Serena!

Alessandra (la mano nella foto naturalmente è la mia!)